Come si migliora il conversion rate in un e-commerce?

Anticipation

Bella domanda. La risposta non è così scontata, anzi diciamo pure che non esiste una risposta. Però è una domanda che mi viene posta spesso, e altrettanto spesso la mia risposta è “dipende”.

Il tuo brand è conosciuto? In che settore operi? Qual è la tua strategia di prezzo? E di prodotto? Quali sono le tue sorgenti di traffico? Analizzi il tuo traffico? Qual è il comportamento del tuo utente online? E offline?

Queste sono solo alcune delle domande che le aziende dovrebbero porsi prima di chiedersi come aumentare le vendite del proprio e-commerce.

Un tasso di conversione dello 0.2% in alcuni casi potrebbe essere buono, in altri pessimo. Spesso già capire se il nostro tasso di conversione è buono oppure no è un primo problema.

Volendo sintetizzare al massimo, i punti fondamentali su cui ragionare per migliorare il proprio business digitale sono principalmente 4:

  1. Analisi del settore e della concorrenza. Capire dove siamo e come si muovono i nostri competitor è fondamentale. Ogni singolo elemento va analizzato ed ispezionato nel dettaglio, dal pricing, ai prodotti, alla comunicazione. Se i nostri concorrenti vendono lo stesso prodotto ad un prezzo più basso o prodotti migliori ad un prezzo identico, il problema del Conversion Rate sarà legato alla strategia aziendale, prima che all’e-commerce.
  2. Analisi del proprio e-commerce. Se a livello strategico è tutto ok e avetr passato il checkup indenni, il passo successivo sarà quello di analizzare il proprio sito, a fondo. Dalla grafica, alle funzionalità… nulla deve essere lasciato al caso. Ogni dettaglio è importante e l’usabilità in questo gioca un ruolo fondamentale. Certo non farà miracoli, ma se il percorso alla conversione è malfatto, va da sé che il tasso di conversione sarà inevitabilmente basso.
  3. Analisi del traffico. Se vi differenziate dai negozi concorrenti e tutto è in ordine, non è detto che gli utenti che portate sul vostro sito siano quelli giusti. Analizzare i propri clienti, il proprio traffico, le abitudini d’acquisto… incrociare i dati online con quelli offline, mettere in piedi sistemi di CRM complessi, creare cluster e identificare le abitudini d’acquisto non possono che portare a miglioramenti significativi delle vostre vendite. Anche nel caso in cui non abbiate completamente cannato la strategia di comunicazione e il vostro traffico sia in target, conoscere a fondo il proprio cliente vi permetterà di offrirgli un servizio ogni giorno migliore e di alzare pian piano il vostro conversion rate.
  4. Varie ed eventuali. Se avete passato i primi tre punti indenni, ci sono altri punti da tenere in considerazione, gli elementi specifici del caso, non sintetizzabili in un paragrafo.  Pensate, tanto per fare un esempio, al caso in cui il un brand sia appena nato e poco conosciuto, avrà bisogno di mettere in piedi un buon marketing mix digitale orientato alla brand awareness prima che pensare alle vendite ed in questo caso il conversion rate sarà basso per forza di cose.

Mi rendo conto che questi 4 punti non possano completare e dare risposta ad un argomento così complesso. Ma credo siano un buon punto di partenza per una riflessione sul proprio brand e per iniziare a ragionare su cosa funziona e cosa no, per iniziare a migliorarsi e a porsi degli obiettivi concreti di crescita.

La futura generazione internet [di markettari]

... four do it yourself divers

A volte mi trovo a riflettere sulla fortuna che ho avuto di vedere sia l’epoca analogica che quella digitale. Sono cresciuto negli anni ’80 a suon di videocassette, walkman, rullini fotografici, ma mi sono appassionato presto di tecnologia, virtualità e digitale tanto da far diventare questa passione un lavoro.

L’approccio al marketing della mia generazione ibrida analogico-digitale, per quanto spinta verso il secondo, è spesso frenato dalla coscienza che esiste un mondo offline con le sue vecchie regole e compromessi difficili da ignorare, perchè hanno fatto parte della nostra vita per un periodo più o meno, ma sempre troppo, lungo.

Viene naturale allora pensare alle nuove generazioni, a tutti quei ragazzi che non hanno mai usato una macchina fotografica con 24 sole possibilità di scattare una bella foto, ma che domani saranno responsabili marketing, consulenti digitali e quant’altro.
Persone nate sul web, senza ricordi analogici che li influenzeranno nei loro ragionamenti.
Avranno un modo di pensare diverso che spero di avere la fortuna di conoscere, perché ne vedremo delle belle.

infograficaCiscoVi lascio con un infografica sull’uso dello smartphone da parte della generazione Y (dai 18 ai 30 anni, ci sono dentro per un pelo)  :)

Fonte: [Infografica] La Generazione Y ed il suo smartphone

Ecommerce: passato di moda o trend futuro?

Sorry We're Closed

Per una serie di motivi che non sto qui a raccontarvi, di recente mi sono tornate in mente alcune riflessioni sul mondo dell’ecommerce. Così mi è venuta voglia di scrivere questo post per condiverle con voi.

Sono certo che leggendo il titolo e pensando “all’ecommerce come trend futuro”  qualcuno di voi stia già pensando cose del tipo “trend? ma se se ne parlava già 10 anni fa!?” o cose simili. Pensiero giusto da un certo punto di vista: agli albori della diffusione commerciale di Internet, una delle prime cose più discusse fu sicuramente la possibilità di vendere in tutto il mondo con una facilità estrema rispetto ai metodi tradizionali. Ma, vuoi per colpa della bolla della new economy, vuoi perché quello tecnologico è un mondo talmente in rapida evoluzione che tutto sembra già vecchio appena nasce, l’argomento “ecommerce” dopo essere stato al centro di numerosi dibattiti accademici è presto passato in secondo piano, favorendo argomenti nuovi e non per forza altrettanto concreti.

Sempre da un punto di vista accademico, una parte dell’ecommerce venne classificata come “Web 1.0″ e da lì in poi probabilmente passata proprio di moda nei salottini intellettuali e virtuali. Tanto è vero che se 4 anni fa avessi chiesto ad un qualsiasi professore di fare una tesi sull’ecommerce mi avrebbe probabilmente chiesto se ero impazzito. Ne sono certo :)

Quindi l’ecommerce è una moda passata? Io non credo proprio, penso piuttosto che sia un vero e proprio motore trainante di Internet. E penso che possa diventare un volano anche per l’economia italiana. Voglio esagerare :)

Ma vi spiego anche perchè lo penso, se no che senso avrebbe questo post?

Penso ovviamente alle potenzialità del mercato italiano: abbigliamento, alimentare, arredo, turismo… il solito fiore all’occhiello della produzione nazionale insomma. Molti di questi prodotti sono orientati ad un mercato consumer potrebbero diventare facilmente un ecommerce.

Quali sarebbero i vantaggi? Pensate ad un’azienda di abbigliamento famosa, una  qualsiasi, è uguale. Una che fa scarpe, ad esempio. Vi elenco solo i vantaggi più immediati:

  • Niente più limiti spazio temporali per le vendite. Possibilità di vendere in tutto il Mondo, in tempo reale, a qualsiasi ora. Nei weekend, di notte (!!!), in un qualsiasi sperduto Paese, anche in Papuasia (dove è!?).
  • Tante, ma tante statistiche. Tracciamento immediato e facile degli ordini, dei prodotti più visitati, più venduti, più invenduti… potete tracciare tutto il percorso che un utente fa nel vostro negozio online (se lo fate dal vivo vi prendere una denuncia per stalking minimo). Pensate una cosa che vorreste tracciare, probabilmente si può fare.
  • Facile pianificazione. Avere tanti dati a disposizione permette di pianificare attività e mansioni, ordini e sconti. Il sogno di ogni retail manager.
  • Bassi costi, bassi investimenti. Se pensate a quanto costerebbe costruire degli store a copertura capillare in 5 diversi continenti, perché questo è quello che potreste fare con un ecommerce, il paragone in termini di costo nemmeno si pone.
  • E poi mi fermo, non vi devo vendere alcun ecommerce, voglio solo farvi capire che i vantaggi sono talmente tanti che si sprecano. Ma se vi interessa approfondire vi posso segnalare qualche bravo blogger da seguire o qualche buon libro da leggere.

In Rete, infatti, si possono reperire una marea di dati. Vi allego qui sotto un’infografica che mi sembra ben curata e abbastanza completa.
Inoltre, vi consiglierei di dare un’occhiata anche a questi dati di Casaleggio Associati: una ricerca che si conclude con un simpatico grafico (aprile 2012) rappresentativo delle prime 100 aziende ecommerce in Italia:

Infine aggiungerei anche questo articolo pubblicato sul Sole24Ore dove si afferma che “tra i settori in maggior spolvero c’è il tempo libero, fatto quasi interamente dal gioco d’azzardo online, che vale oltre la metà del mercato (56,9%), seguito da turismo (24,8%) e assicurazioni (5,9 per cento).”

Ma riassumendo?

Confrontare ricerche diverse è sempre difficile, in fondo metodi e campioni sono differenti e tutto quello che ci va dietro. I dati da cui prendere spunto, inoltre, sono davvero una marea e forse li riutilizzerò per qualche altro post. Per ora mi limito a tornare sul tema principale di questo articolo, quello da cui sono partito.

Guardando questi dati emerge una realtà in fermento. Qualcosa che si sta muovendo in modo incredibile. L’Italia della crisi, quella dei disoccupati e dei telegiornali… in questi numeri non si vede nemmeno lontanamente. Dati positivi, indicatori verdi che indicano una dimensione fresca e frizzante. Un treno che sta partendo.

Dico partendo perchè in Italia l’ecommerce non è decollato veramente 10 anni fa e ancora oggi molti imprenditori lo ignorano completamente. Una leva potentissima, che porta a risultati in periodi relativamente brevi (con l’aiuto di professionisti del settore) e che può davvero cambiare le sorti di un’azienda.

Ma se in Italia c’è così tanto margine di crescita, perché molte aziende non hanno ancora fatto il grande passo?

Domanda difficile, che trova una risposta forse nella cultura del nostro Paese. La paura di investire in canali meno noti e meno tradizionali, aggiunta ad una bassa cultura digitale e ad un enorme digital divide, fanno probabilmente avere a molte aziende un atteggiamento “meno rischioso” e più conservativo.

Ma non cambiare a volte è molto più rischioso che farlo. E i mezzi ci sono, hai voglia se ci sono: tecnologie, professionisti, esperti e tutto quello che serve.

Quando ci si renderà veramente conto delle potenzialità di questo strumento, allora ci sarà una sorta di corsa all’oro e tutti vorranno avere il proprio negozio online :D

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Donatello Bellomo e “I segreti della Silicon Valley”

Perché Google, Facebook, Apple, Twitter… sono nate tutte così vicine fisicamente tra loro? Perché si sono concentrate tutte nella Silicon Valley?

Sono queste le domande da cui parte Donatello Bellomo, consulente di marketing on line, nel suo interessante (e soprattutto gratuito!) audio book “I segreti della Silicon Vally”: un ascolto che vi consiglio assolutamente se vi interessa il magico mondo delle start up e dell’innovazione.

Il libro è nato dopo un periodo di soggiorno dell’autore proprio in questa terra miracolosa, dove le start up diventano aziende multinazionali.

Il concetto fondamentale da cui parte il ragionamento di Bellomo è quello della Programmazione Neuro Linguistica (PNL) e la possibilità di “pensare ad un altro livello” che si ha in questo territorio rispetto ad altri, ad esempio l’Italia.

Innanzitutto, per chi di voi si stia chiedendo che cos’è la PNL, diciamo che, per usare le parole dell’autore, non è altro che la scienza di come governare il proprio cervello in maniera ottimale allo scopo di produrre i risultati che desideriamo.

Uno dei concetti principali della PNL è il Modelling, secondo il quale se una persona ottiene dei risultati, questi sono il frutto di pensieri, strategie ed azioni  che se emulati porterebbero probabilmente agli stessi risultati. Per capire meglio, pensate ad esempio di parlare con una persona di grande talento che sta raggiungendo dei risultati straordinari. Immaginate poi che, proprio grazie a questo dialogo, possiate scoprire le sue strategie vincenti per cercare di ottenere gli stessi risultati straordinari.

Modelling e PNL sono concetti fondamentali su cui si basa il lavoro di Donatello Bellomo.

Ma per capire perché i risultati nella Silicon Valley sono così straordinari, bisogna fare un passo in più. L’autore fa notare come il concetto di fare business, i soldi, non sia sufficiente… Se aziende come Twitter o Google sono quello che sono è perché il loro punto di partenza è stato un altro: voler cambiare la vita delle persone.

Bellomo cita Steve Jobs, indubbiamente un maestro in questo: “tutto quello che guardate attorno a voi, che voi chiamate vita, è stato fatto da persone non più intelligenti di voi… e tu puoi cambiarlo, puoi influenzarlo! Quando capirai questo, la tua vita non sarà più la stessa.”

Questo è il passaggio chiave di tutto l’audio book: le persone nella Silicon Valley non hanno solo voglia di fare business, ma vogliono influenzare la vita dei propri clienti.

Oltre a tutto questo, per capire bene perché certe cose accadono soltanto nella Silicon Valley, bisogna introdurre un altro concetto: questo territorio è un vero e proprio ecosistema che crea imprenditori, start up e storie di successo. Diciamo “ecosistema” perché è formato da 4 fondamentali elementi che interagiscono fortemente tra loro:

  1. Idee. L’ho accennato poco fa, l’idea di voler migliorare la vita dei propri clienti, di influenzare il mondo che ci circonda, è una delle cose che caratterizza le persone che vivono in questo territorio.
  2. Denaro. Nella Silicon Valley ci sono tantissimi fondi di investimento pronti a finanziare le migliori idee, ma anche metodi di finanziamento alternativo come ad esempio il croud funding (che tra poco vi spiegherò…)
  3. Ambiente. In questo terriotorio ci sono ragazzi speciali che hanno voglia di esprimere e condividere con gli altri quello che hanno dentro.
  4. Mentor. Nella Silicon Valley ci sono persone che vogliono creare e persone che hanno già creato. Questi secondi sono i mentor, vere e proprie guide per i ragazzi più giovani che fanno dello sharing delle informazioni un must nella realizzazione delle loro start up.

L’autore spiega bene nell’audio book tutti questi concetti e vi invito assolutamente ad ascoltarlo per approfondirli tutti.

Per portare il ragionamento al termine, però, riprendo uno dei racconti più interessanti di Donatello Bellomo, ovvero di quando ha partecipato all’Incubator di American Online a Palo Alto. In una sala piena di ventenni e trentenni, tutti lì con lo stesso obiettivo ovvero realizzare la propria start up, incontra un ragazzo egiziano che sta lavorando ad un progetto particolare: un porta iPad per divano! Fascino del progetto a parte, è molto interessante come questo giovane sia riuscito ad autofinanziarsi attraverso il croud funding:  “(dall’inglese crowd, folla e funding, finanziamento) è un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizzano il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone ed organizzazioni” (Wikipedia). In pratica, il giovane egiziano ha creato un progetto (e un video) che ha semplicemente postato su kickstarter.com… in 90 giorni ha raccolto 190.000 dollari! Penso non serva aggiungere molto altro :D

Tornando al concetto di PNL, quindi, Donatello Bellomo fa notare come solo chiacchierare con ragazzi del genere possa accelerare la nostra crescita: le persone che ci circondano hanno un impatto fondamentale sulla nostra vita.

“Volete raggiungere obiettivi che non avete mai raggiunto? Dovete frequentare persone che non avete mai frequentato.”

Questa è la conclusione di Donatello Bellomo, uno spunto davvero interessante oltre che un buon motivo per trasferirvi nella Silicon Valley :)

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Comunicare meno per farsi notare di più

Parkpop 2009 - Dancing girl

Facebook, Twitter, Google, YouTube, Social, Blog, Portali, Newsletter, Post, Condividi, Mi piace, Follow, Pin, Manda a un amico… no, non sto impazzendo. È solo una piccola lista di nomi che ogni giorno ci troviamo a utilizzare navigando.

Informazioni, informazioni, informazioni. Troppe. Ci si lamentava di quando ce n’erano poche (il vecchio mondo della carta, le enciclopedie da sfogliare… mondi lontani anni luce), ma ora che ne abbiamo così tante le difficoltà non mancano di nuovo. Sono solo diverse.

Prima il problema era trovare informazioni, oggi è quello di doverle selezionare. È sempre più difficile distinguere la buona fonte da quella cattiva ed ecco che, vuoi per mancanza di tempo, vuoi per inesperienza, spesso si danno per buoni scoop che altro non sono che bufale vere e proprie. Succede anche nelle migliori famiglie (n.d.r. testate nazionali).

Come si fa a distinguere tra le fonti? Come si fa a capire quali sono buone notizie e quali no? Beh guardando l’autorità di chi scrive già si capisce molto, ma spesso troviamo qualità anche in chi non è famoso. È il bello del web. Ma allora dovremmo ripensare il concetto di autorevolezza. Se molta gente ti segue e ti apprezza, sei autorevole anche se non hai una medaglia all’onore. E qui entriamo nel magico mondo degli influencer, rischiando di andare pesantemente fuori tema. Cosa che non voglio fare, magari ci dedico un altro post.

Ritorniamo alla confusione che viviamo ogni giorno.

A parte dover selezionare, in quanto utenti, consumatori, visitatori… se siamo aziende abbiamo anche il problema che sta dall’altra parte della barricata: farsi notare.

In tutto questo casino, fare casino serve a poco…

Il mondo chiede semplicità. Da sempre le cose semplici hanno successo. Almeno sul web.

Google è l’esempio più eclatante, nei tempi in cui i grandi portali (incasinati) ricchi di informazioni dominavano la scena, un motore di ricerca, bianco con un logo e una barra di ricerca, ha cambiato il nostro modo di vivere il web.

Il web 2.0 sta creando un grande sapere comune condiviso. Internet è il luogo dove si ritrova la storia di ieri e allo stesso tempo dove la storia viene scritta in tempo reale.

Sempre più persone scrivono contenuti. 7 anni fa si parlava di web 2.0, ma in realtà a scrivere erano in pochi: blogger, wikipediamaniaci, forumer… pochi nerd alla ricerca del proprio Io. E oggi? Praticamente lo fa chiunque abbia un account Twitter o Facebook o Tumblr o quello che è…

Conclusioni? Il bombardamento di informazioni e la selezione che dobbiamo fare probabilmente salirà a livelli talmente alti che inevitabilmente perderemo pezzi per strada. Lo stiamo già facendo.

Selezione naturale, dirà qualcuno. Certo.

Cosa trionfa in tutto questo casino? La semplicità. Solo che scrivere semplice non basta più. Riassumere tutto in 140 caratteri non è sufficiente se a farlo sono milioni di persone.

E allora? Cosa succederà? Trionferanno le immagini. Almeno questa è la mia profezia. :)

Al momento sono la cosa più facile da leggere per il nostro cervello. Questo spiegherebbe il recente successo di Pinterest e di Instagram. Due social network che si basano sulle foto. E poco di più.

Avevamo bisogno di altri social network? Penso proprio di no, canali per comunicare le emozioni ce ne sono. Hai voglia se ce ne sono.

E allora perché tano successo? Perché con una foto possiamo raccontare tutto. Ruba pochi istanti, non è noiosa, emoziona e coinvolge anche chi non ha voglia di leggere.

Questo farà emergere un’ulteriore difficoltà per gli addetti della comunicazione. “La capacità di sintesi”. Una singola foto dovrà saper comunicare tutto, essere convincente e magari produrre anche engagement. :)

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Il seme della creatività nell’aspro terreno manifatturiero

541927_Al Capone's Soup Kitchen, Chicago ILUna riflessione nata l’altro giorno, guidando per le vie del mio paese (nel bel mezzo della campagna veneta) e passando tra quei capannoni che hanno fatto grande l’Italia.

Il Veneto ha conosciuto la sua fortuna grazie a persone di valore, persone di altri tempi, che hanno saputo trasformare la loro passione in lavoro prima, in capannoni poi. In industria, oggi. Certo, erano altri tempi, economicamente forse (io non ero ancora nato :)) anche meno duri, ma quello che è sicuro è che i giovani d’oggi hanno in gran parte perso questa manualità. La cultura del fare.

Non per forza è un male. Non finiamo sulla solita cantilena di chi ci dice “ai miei tempi…” e via dicendo. La mia riflessione vuole essere propositiva.

Il ragionamento parte dall’esistenza odierna di due mondi, ideologicamente contrapposti.

Il mondo dell’innovazione, di internet, delle idee bizzarre, del marketing virale, del doversi inventare qualcosa di nuovo ogni giorno perché è già stato inventato tutto. Il mondo dei giovani d’oggi insomma, un po’ stressante forse ma sicuramente molto in movimento :)

Dall’altra parte invece, c’è il mondo degli antichi sapori, dell’imprenditoria fatta di cose, di accordi commerciali, strette di mano (non di contratti!), di radici solide, esperienza. Gli imprenditori di ieri, insomma.

Due mondi molto diversi, che però si uniscono nel concetto di “innovazione“.

Facile a dirsi, ma a farsi?

Indubbiamente meno. Perchè? Pur essendo vero che l’imprenditore per natura innova e rischia, è altrettanto vero che investe in quello che comprende. E il punto di rottura temporale tra analogico e digitale che il mondo ha vissuto negli scorsi anni, certo non aiuta a fondere questi due mondi all’apparenza così distanti.

E allora? Dobbiamo sperare solo nelle nuove generazioni di imprenditori? No, almeno io la penso diversamente.

Immaginiamo di avere un seme, di una pianta qualsiasi. Per farla crescere serviranno sicuramente: tanta pazienza, fortuna, tanta acqua. Più o meno queste regole valgono sempre. Poi la pianta crescerà più o meno bene a seconda delle sue caratteristiche, ovvio. Ma insomma, è una metafora, con tutti i limiti che ha. Passatemela.

A queste tre componenti, però se ne deve aggiungere un’altra, la più importante: il terreno fertile.

Se la terra è dura e aspra non crescerà probabilmente un bel niente, a meno che non abbiate una pianta molto forte. Comunque sareste Sfortunati, perché una pianta così, in un vaso di letame probabilmente diventerebbe un albero.

La metafora è abbastanza chiara penso. Il seme è il giovane creativo, il terreno fertile è l’azienda dell’imprenditore di altri tempi.

Anche se l’azienda ha molti anni, anche se ha visto crescere i figli dei primi dipendenti, è fondamentale, per ottenere tutti i vantaggi derivanti dall’innovazione, che il suo management abbia una mentalità aperta, pronta a rischiare e ad innovare. Ad accogliere e a dare spazio alle nuove idee. Il management ha il ruolo più importante: fondere i due mondi. Ed è un ruolo difficile, rischioso.

È così che nascono i casi di eccellenza. Quelli narrati nei libri di economia aziendale. Le Piccole e Medie Imprese che diventano Industria perché hanno saputo investire nell’innovazione, che però oggi è nelle mani delle nuove generazioni.

Una riflessione forse un po’ banale, ma che parte da quello che purtroppo spesso vedo con i miei occhi. Dico purtroppo perché l’innovazione è la chiave per crescere, da sempre.

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Io lo chiamerei “effetto app”

NASA Visualization Explorer (iPad app) Chi di voi ha quotidianamente a che fare con un tablet o uno smartphone forse sposerà la mia tesi.
Quante volte vi è successo di utilizzare un’app e di eliminarla (o lasciarla ammuffire, che più o meno è la stessa cosa) dopo pochi minuti?

Po-chi-mi-nu-ti.

Non so se mi spiego, mesi di lavoro (per chi le sviluppa) buttati nella spazzatura in 3 minuti (credo di averne scartate anche in un tempo minore, misurabile sull’ordine dei secondi…). Ed è ben difficile far tornare l’utente sui suoi passi. Ciò accadrà forse se siete un oscuro guru del remarketing, ma per tutti gli altri il lavoro da fare è davvero tanto.

L’usabilità in un’app gioca quindi un ruolo fondamentale. Non solo. Deve essere amore a prima vista. Vi deve piacere e subito. Non devono esserci noiose istruzioni da leggere… altrimenti i vostri benedetti po-chi-mi-nu-ti ve li fumerete così, con il libretto di istruzioni. Deve essere facile, intuitiva, immediata.
Non deve annoiare, deve stupire. Di più, deve farvi innamorare a prima vista.

L’amore si sa, è come il tempo, fa quello che vuole. Sarà dura sapere in anticipo se qualcuno si innamorerà o meno della vostra app. Tuttavia, con qualche ricerca di mercato, con uno studio di usabilità approfondito, con tanto buon senso e buon gusto, con tanta intuizione, un po’ di genialità, con le idee chiare su chi è il vostro target e con un esperto di web/marketing/comunicazione al vostro fianco dovreste combinare qualcosa di buono :-)

Ma la cosa più terribile per chi sviluppa non è tanto costruire l’app perfetta, che, ok, è un mercato fiorente, ma anche nuovo, quindi ci si può permettere il lusso di sperimentare un po’ di più…  è piuttosto l’ “effetto app” che si sta annidando nella mente del cosiddetto “utente medio”. Il nemico numero uno del buon senso della perfezione di grafici, programmatori, esperti di usabilità e markettari del web.

ah, l”utente medio, questo personaggio misterioso… si nasconde dietro parole chiave impensabili e clicca dove non dovrebbe…
L’utente medio si sta abituando a valutare le app in pochi minuti? Probabilmente sì. Ma c’è di peggio… se pensate che già lo fa con i siti, dove trenta secondi sono spesso già un bel traguardo, non pensate che potrebbe abituarsi a farlo anche con un software?

Terribile.

Vedo già un cimitero di software complicati, insieme ai loro tutorial in formato video, pdf, cartaceo. Un enorme cimitero. Visione cataclismatica? Forse, ma sta di fatto che ci stiamo abituando a NON aver bisogno di un manuale.

Esiste forse un manuale per l’iphone o per l’ipad? (Non rispondete… è una domanda retorica, ma vi assicuro  che ho visto un libro una volta… lasciamo perdere!)

Quindi, amici sviluppatori, markettari ed imprenditori… il pericolo che il nostro lavoro finisca sommerso dall’acqua dello sciacquone in meno di po-chi-mi-nu-ti è sempre più alto…
La soluzione? Pensare semplice, che più semplice non si può. Che di per sè è una cosa difficilissima :-)

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